I COSTI DELLA POLITICA E LA BUROCRAZIA PARALIZZANTE

b1La notizia battuta dalle agenzie sui “costi della politica”, fonte Camera dei Deputati, chiarisce che l’indennità netta degli stipendi dei parlamentari è di cinquemila euro mensili. Meno alta che in altri Paesi dell’Unione Europea. Forse sarebbe il caso di aggiungere a quella cifra, per completezza d’informazione, gli altri benefit che pur i rappresentanti italiani del Popolo sovrano portano a casa. Ma il problema serio dei costi della politica non si riferisce solo alle indennità, né ai rimborsi elettorali certamente non tra i più bassi d’Europa. E’ l’efficienza, meglio l’inefficienza della stessa per regolare il vivere civile. Il nodo è tutto qui. Leggi di difficile comprensione fatte apposta per essere “per i nemici applicate, per gli amici interpretate” (Giovanni Giolitti). In esse la cosiddetta “mediazione politica” ha inserito di tutto per accontentare i piccoli-grandi interessi. Dietro l’erga omnes si nasconde il particolare, se non l’ad personam, al di là del bene comune. Anche da qui prende le mosse la burocrazia statale, ma anche regionale, che diventa padrona di fatto dell’interpretazione delle norme. Ad un indirizzo legislativo non limpido, ne segue un altro ancor più nebuloso ed arbitrario. E più la politica è debole dal punto di vista della preparazione per la gestione della res pubblica, più la burocrazia diventa opprimente e condizionante. Il burattinaio che senza assumersi responsabilità dà pareri tecnici che diventano vincolanti e stravolgono a volte la stessa volontà politica. A ciò vanno aggiunti i tempi biblici per la soluzione delle controversie che puntualmente scoppiano tra la società civile e lo Stato. Nell’era di internet, del messaggio in tempo reale, della globalizzazione il b2nostro Paese si trova ad operare con una burocrazia paralizzante che per auto conservarsi blocca, frena. Se così è sul fronte dell’interpretazione delle leggi, si pensi a cosa può significare avere a che fare con il “pubblico” per quanto concerne bandi di gara, commesse, licenze, liquidazioni di competenze. Il terreno di coltura per atteggiamenti di malcostume, se non di vera e propria delinquenza, è fertilissimo. Attenzione, non vorrei essere frainteso. Dietro un modo di operare spesso non c’è un disegno colpevole, ma una mentalità, una prassi comportamentale basata su tre principi: 1) il tempo non conta. Quello che non si può far oggi si potrà fare dopodomani o ancora domani l’altro; 2) l’assunzione di responsabilità pur minima non è “cosa buona e giusta”. La responsabilità è sempre d’altri, comunque è preferibile farla cadere o a valle o a monte della propria persona. 3) la voglia di fare, d’essere adeguato ai tempi ed alle situazioni cozza con l’andazzo generale e diventa una colpa d’arrivismo che va punita con l’emarginazione. Se ne potrebbero aggiungere altri di punti, ma questi che ho riportato sono i più ricorrenti.
Conosco bene gli andazzi descritti perché anch’io sono stato un burocrate. Conosco bene la burocrazia anche dal di fuori, da utente. Nella mia attuale posizione lavorativa mi cozzo ogni giorno con i lacci e lacciuoli del pubblico. Eppure la mia “formazione” (sic) burocratica mi dovrebbe avvantaggiare, aprire strade sconosciute ai poveri normali utenti. Niente da fare. Strumenti di salvaguardia del vivere civile si trasformano in macchine perverse contro chi doveva essere tutelato. Prendete, ad esempio, il D.P.R. 3 giugno 1998, n. 252. – Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti relativi al rilascio delle comunicazioni e delle informazioni antimafia. In un caso mi ci sono voluti ben tre anni, alla faccia della semplificazione, per ottenere quel benedetto certificato dopo aver scomodato ministro dell’Interno e Prefetto di Roma. Tre anni che come in un totalizzatore impazzito facevano aumentare i costi delle polizze fideiussorie precludendo alla struttura da me presieduta di poter partecipare ad altri bandi di gara. Si può ben immaginare, in una tale situazione, il rapporto con le banche. Oggi sono alle prese con una questione che non mi dovrebbe minimamente riguardare: la cessazione del rapporto di lavoro per fine contratto di 6 dirigenti su 11dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA). Se il decreto mille proroghe, com’è avvenuto lo scorso anno, non proroga i contratti o non interviene un’altra diavoleria che mantenga in servizio i “licenziati”, sono guai. Parliamo di 4,5 miliardi di euro di erogazioni annue. Parliamo di programmi comunitari di promozione bloccati e via dicendo. Ma è logico andare fuori tempo massimo per affrontare situazioni che ben si conoscono da anni? No, non è logico è…burocratico.

di Elia Fiorillo